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Il thriller psicotico
L'incontro con Andrea G. Pinketts
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Oggi è il 20 aprile 2007. Nel momento in cui scrivo, sono appena tornata dalla Ausl dove mi hanno parzialmente vaccinata e soprattutto informata sulle precauzioni igienico-sanitarie a cui devo attenermi nel momento in cui arriverò a destinazione. L’infermiere e consulente che chiameremo inter nos “pic indolor”, quando ha saputo che dovevo andare in Guinea Equatoriale per un paio di mesi, ha voluto vedere il libretto delle vaccinazioni e, notando che mancavano dei richiami, ha annuito e si è messo, silenzioso, a preparare le siringhe. Dopo aver perforato il mio pingue corpo ripetutamente, ha deciso di tenersi in stretto contatto perché, per stare dalla parte del sicuro, è probabile che faremo altre vaccinazioni. Io sono contenta che gli operatori della Ausl si prendano a cuore la mia salute, però ho avuto l’impressione che “pic indolor” fosse un po’ sadico. Magari, lo ripeto, è una mia impressione. Di fatto rimane che l’unico vaccino che “abbiamo” deciso di eliminare è l’antiepatite B che si trasmette per via sessuale. Ergo, non si scopa con gli autoctoni. Non che avessi intenzioni che andassero in questa direzione, anche perché ci sono rischi maggiori legati a rapporti sessuali non protetti e non solo in Africa, però mi ha fatto specie che “pic indolor” abbia rinunciato ad un foro in più. Ma veniamo alle cose serie. Mi hanno chiesto per quale motivo ho deciso di andare nel continente nero. Ho balbettato che andavo a trovare un’amica e loro hanno messo la crocetta sull’opzione “motivo turistico”. La verità è che vado a “risolvere” il 4° caso del mio thriller psicotico, il più importante e non dichiarato caso umano. Vado per documentare e capire che esiste qualcos’altro distante anni luce da ciò che penso e sono. E scrivo.

“C’è un posto nel mondo di nome Nkuè. Un villaggio polveroso e caldo che dà su una strada che a dispetto delle dimensioni è detta la principale. Intorno c’è la giungla verde e misteriosa. Dietro al villaggio, una collina abitata dai gorilla che è meglio evitare, che se ne incontri uno fai prima a metterti immobile e pregare che sia sazio. Istituzione e tradizione convivono a cuor leggero e si spartiscono poteri e doveri. Il sindaco meccanico, il commissario e il giudice da un lato della strada dispensano sorrisi e boccacce ai tre capi del villaggio…”

Tratto da “Bene o male (?) non è un caso”


Non capirò poi molto, già lo so, ma sono mossa dalla buona “fede” e questo è quel che conta. Ho un po’ paura di ammalarmi nonostante tutti i vaccini di “pic indolor”, ma questo viaggio “s’ha da fare”.

“Quella casa ha poca luce.
Se la sono portata via la focomelia di concerto con la lebbra che la travasano ora nell’oblio, ora nel nulla.
Ma all’interno della stanza brilli tu,
bianca come la luna
che ogni notte vegli sugli angeli neri che si consumano a poco a poco.
Cara Silvia, lontana dai fari del palcoscenico occidentale, io qui non dimentico
che reciti ogni giorno la tua parte senza una maschera di successo,
là, dove ad applaudirti ci sono solo resti di bambini che non saranno mai protagonisti”

Tratto da “Bene o male (?) non è un caso”


Sento che mi sta salendo la febbre. La mia fronte scotta. Dovrei stendermi a letto, ma voglio continuare a scrivere queste parole perché è un bisogno irresisistibile quello di lasciare una testimonianza per quando non sarò più qui, ma in un posto lontano dove non avrò a disposizione un computer. Nel pomeriggio dovrei andare a scrivere al giornale, ma ho già avvisato il capo che dovrò fare i conti con le sensazioni corporee che già da ora paiono ribellarsi alla normalità. Cos’altro dire? Forse che, nel momento in cui si decide di intraprendere un viaggio come questo occorre chiedersi se non si stia scappando da qualcosa o qualcuno, se non si desideri fuggire lontano da questa vita occidentale troppo piena di progresso. La risposta che personalmente mi sono data è “anche no”, dove l’anche include il “forse sì”. Inoltre, non sarebbe la prima volta che mi allontano dalle mie certezze per dirigermi verso l’ignoto, più difficile ma indubbiamente più stimolante. Tuttavia anche no, perché in realtà, è la fame di conoscenza che mi muove e la fa da padrona insieme alla necessità, appunto, di portare a compimento il 4° caso, un caso umano che non si rassegna di gridare al prossimo che “solo le idee rischiose sono degne di essere chiamate tali”. E non l’ho detto io.

“E intanto che io cerco di sposare delle parole, ad ogni parola una persona muore. Non posso far finta di niente. Non è il caso. La mia coscienza morale non me lo permette…”

Tratto da “Bene o male (?) non è un caso”


Ora dovrei invitarti a comprare il mio libro promettendoti che i soldi che ne ricaverò andranno alla missione di Nkuè e spiegandoti dove e come saranno investiti. Non lo farò. Mi limiterò ad invitarti a cercare dove reperire il mio libro sul sito della casa editrice (www.prospettivaeditrice.it) e a chiederti di fidarti del prossimo. Se te la senti, questo è il caso in cui puoi fidarti di me sulla parola, una parola d’onore che, data in questo mondo dove tutti siamo allucinati, io compresa, dagli scritti probanti, ha un valore inestimabile. Se non te la senti, grazie lo stesso e buon viaggio anche a te.

Dedicato alla dott.ssa Silvia Muratori di Bellaria (Rn) impegnata nella missione di Nkuè in Guinea Equatoriale.

Lettera del 23.11.2005

Sto leggendo un libro bellissimo. Si chiama “Ebano” e parla dell’Africa. Parla della città di Soroti che non avevo mai sentito nominare. Del resto, prima che me ne parlassi tu, non avevo nemmeno mai sentito nominare Nkuè. A Soroti vivono gli Iteso, divisi in clan e tribù e dediti all’allevamento delle vacche. La vacca non è solo la loro ricchezza. Ha anche proprietà mistiche. La sua esistenza fa da tramite fra l’uomo e l’invisibile mondo superiore. Ogni Iteso ha una sua vacca che protegge e porta il suo nome. Ma tu, come stai? In quella terra dove il tempo è dilatato e la vita e la morte si confondono davanti ai tuoi occhi, resisti alla nostalgia di casa, alle comodità e a tutto ciò che noi qui chiamiamo esistenza. Sono certa che hai imparato molto di più rispetto a quanto studiato sui libri di scuola. Ti ricordi quando, al ritorno dal tuo primo viaggio, mi dicesti: “Ritornerò, sai, e la prossima volta voglio essere utile, perché questa volta non ho potuto esserlo”. Io me lo ricordo bene quel giorno e ricordo anche di aver pensato che il tuo cuore, che batteva in quella direzione, già era utile. Attendo che tu torni per parlarmi delle persone che hai incontrato e del tempo che avete trascorso insieme. Non mi parlerai dell’Africa, perché l’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. E’ un pianeta a se stante, un oceano di sensazioni vasto e ricchissimo. Kapuscinski ha scritto: “è solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà, l’Africa non esiste”. Ti abbraccio forte.

Vera Mente


Vera Mente “La visione” – dipinto realizzato da Laura Castellani

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